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Hikikomori per decreto. La fragilità di una libertà costretta

18/03/2020

Nell’emergenza sanitaria del coronavirus gli italiani stanno vivendo una diversa percezione del tempo. Prima unicamente fast, ora per forza slow. Ma ritorneranno probabilmente fast, così come già sta avvenendo in Cina: ne è convinto Antonio Tintori, sociologo dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps-Cnr) e docente di Metodologia delle scienze sociali della Sapienza, Università di Roma.

Già da ora dovremmo chiederci cosa questo momento può insegnarci, affinché nel prossimo futuro possano determinarsi effetti socialmente positivi e speculari a questa emergenza sanitaria. Il distanziamento sociale attualmente imposto dal governo, se da una parte ci offre tempo libero, dall’altra ci impone il modo di utilizzarlo, essendo oggi tutti costretti a rimanere quanto più possibile nelle nostre abitazioni. I nostri attuali comportamenti esulano dunque da un concreto libero arbitrio: non sono scelti, ma funzionali, sebbene evidenzino i pregi e i limiti della libertà individuale che confina con il rispetto dell’altro e in questo specifico caso con la salute collettiva. 

Questa libertà costretta scuote inevitabilmente le emozioni primarie, riduce i desideri e torna a concentrarsi sui bisogni primari che sono fisiologici e di sicurezza ancor prima che di affetto, appartenenza e autorealizzazione. Prima di tornare fast, dunque, sarebbe utile ripensare ai nostri stili di vita, a quanto la storia possa evolversi in modo meno lineare e razionale dell’atteso, alle scorciatoie cognitive che utilizziamo per convincerci che ciò che abbiamo è ormai dato, a cominciare da una riflessione sull’equità sociale e i diritti umani. Forse questa pandemia potrebbe insegnarci a rivalutare con più attenzione l’impatto dei nostri stili di vita e il fatto che siamo tutti interconnessi, non solo virtualmente, ma a partire dal mondo reale. Certamente il momento ci sta insegnando gli ovvi limiti della conoscenza individuale e quindi il doverci fidare di quelli che Giddens chiama ‘sistemi esperti’ ovvero quelle competenze professionali con le quali ci interfacciamo tutti i giorni, direttamente o indirettamente, come ora quelle scientifico-sanitarie che tanto incidono sulla qualità della nostra vita. 

Forse tutto questo potrebbe indurci all’autocritica dell’individualismo, del nichilismo, del cinismo, mostrando invece i pregi della competenza e della cooperazione sociale. Tuttavia, se l’emergenza da Covid 19 che stiamo probabilmente iniziando a vivere come una ‘sospensione’, più che un rallentamento, del tempo sociale svanirà come auspicabile a breve, dubito che questa esperienza cambierà la percezione dei nostri stili di vita nel medio e lungo termine. Domani avremo però dimostrato che può sempre esserci un’alternativa a tutto, che il cosiddetto slow può convivere con il fast, che esiste il senso comune delle cose, che si può aprire e facilmente a scenari lavorativi e sociali efficienti, ecologici ed appaganti. 

E allora usiamo questo tempo sospeso, in bilico tra passato e futuro, per farci portatori della reciprocità, anteponendo il collettivismo all’individualismo, e il valore della crescita comune agli interessi egoistici, quelli di parte. Sfruttiamo la dissonanza cognitiva che si sta generando tra le nostre usuali abitudini e quelle che ci vengono richieste per decreto-legge, per scoprire il nostro lato più solidale e mostrare i limiti del radicato orientamento che la nostra società ha verso l’importanza del soggetto in sé piuttosto che alla dimensione collettiva. Credenze, opinioni, stereotipi, pregiudizi e diffidenze verso l’altro e la diversità non saranno certamente facili da sradicare. Ma è su queste che dovremmo ragionare ora anche per arginare timori e disagi che, qualora l’emergenza continuasse a lungo, potrebbero sorgere e travolgere la popolazione aprendo da una parte la strada al ripristinarsi di legami comunitari tipici dei tempi passati e dall’altra a un relativismo connesso all’individualizzazione dei soggetti che potrebbe ancor più enfatizzare la sicurezza personale,e dei propri cari, anche a discapito degli altri, magari ponendo parallelamente in discussione l’autorevolezza delle fonti di legittimità, a partire da quelle informative, educative e istituzionali. 

In questo momento è inoltre opportuna una riflessione sui vissuti domestici. In Cina è stata registrata una forte impennata di violenza nelle case e di richieste di divorzio. Ciò dimostra la fragilità dei nostri più stretti legami sociali, l’apparenza in cui spesso viviamo e la presenza di comportamenti devianti, diffusi e fortemente connessi al maschilismo, al sessismo e a un approccio di genere alle relazioni umane. Questa vicenda ricorda la metafora del ‘soffitto di cristallo’ che richiama gli ostacoli, all’apparenza invisibili, che impediscono il raggiungimento della parità di genere nel mondo del lavoro. Ma in questo caso non si tratta solo di un tetto trasparente dal quale si può osservare chi ci guida, ma non raggiungere. Di cristallo è ora tutto, le pareti e il pavimento. In questa scatola ora ci siamo noi tutti, al di là dei generi e delle appartenenze e da qui siamo costretti a vivere la sospensione, guardando a un esterno dove non ci sono che altre scatole, trasparenti, irraggiungibili, nell’annullamento fisico delle relazioni orizzontali. Dentro queste scatole non si vive il distanziamento sociale, quello dettato dai decreti governativi, ma il suo opposto: l’avvicinamento coatto ai propri conviventi. Ed è in queste scatole che ora è utile guardare, per vedere ciò che accade, come ci relazioniamo, chi siamo. Proprio a questo scopo il gruppo di ricerca Musa del Cnr-Irpps, coadiuvato da esperti esterni, sta avviando l’indagine scientifica Msa-Covid 19. 

Questa emergenza sanitaria chiama dunque in causa diverse riflessioni e chiunque possa porre al servizio della comunità la propria professionalità. Nondimeno bisognerà affrontare con lungimirante prospettiva le conseguenze economiche e psicologiche, di una paralisi delle attività produttive, che potranno anche essere devastanti. E ciò soprattutto nella nostra penisola che vive prevalentemente di mini e micro imprese. Tutto questo chiama certamente in causa ogni forma possibile di ammortizzatori sociali e di politiche attive e passive del lavoro, che potranno e dovranno essere ripensate e poste quanto prima in campo. Uno dei rischi che il Covid 19 sta profilando è infatti quello di un’ondata di licenziamenti, di uno sgretolamento del sistema economico che non ha precedenti e che certamente non potrà ancora oggi - come nel caso della crisi finanziaria del 2008 - ricadere sulle famiglie, che sono già state ampiamente sfruttate come istituto sostitutivo di welfare. Sicuramente il benessere futuro della popolazione, non solo dal punto di vista sanitario, sarà fortemente correlato alle scelte politiche del momento.

Per informazioni:
Antonio Tintori
Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps-Cnr)
Via Palestro 32
00185 - Roma
www.irpps.cnr.it/staff/antonio-tintori/
antonio.tintori@cnr.it

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