21/11/2025
Un team internazionale di scienziati e studenti, guidato dall’Università Artica della Norvegia (UiT), ha annunciato l’importante scoperta di un sistema di emissioni attive sul fondale artico. Il risultato è stato ottenuto durante l’attuale spedizione EXTREME25 a bordo della nave da ricerca Kronprins Haakon.
Grazie al veicolo operato da remoto ROV ÆGIR 6000, i ricercatori stanno esplorando il margine di placca che divide il Nord America e l’Eurasia nel Stretto di Fram, l’area di passaggio tra la Groenlandia e Svalbard. Durante le operazioni è stato identificato un nuovo campo di emissioni diffuse lungo la scarpata di faglia di un oceanic core complex (OCC). Il sensore SAGE (Sensor for Aqueous Gases in the Environment), sviluppato dalla Woods Hole Oceanographic Institution, è stato utilizzato in situ per confermare la presenza di metano nei fluidi. Ciò è particolarmente rilevante perché il contesto geologico dell’area suggerisce la possibilità che il metano sia di origine abiotica, ovvero prodotto senza intervento biologico. Il nuovo campo è stato proposto con il nome Frigg Vent Field, in omaggio alla dea norrena della saggezza e lungimiranza. Il sito si trova a 2.700 metri di profondità, in una delle regioni geologicamente più affascinanti dell’Artico.
“La scoperta del Frigg Vent Field rappresenta la prima evidenza chiara di flussi idrotermali attivi attraverso crosta oceanica giovane in questa parte dell’Artico, rivelando un sistema molto più dinamico di quanto previsto”, ha dichiarato la responsabile scientifica della spedizione, Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di science polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp) e professore all’Universita’ Artica di Norvegia. “Questa spedizione dimostra la straordinaria complementarità tra il team norvegese e i ricercatori del Cnr, la cui esperienza multidisciplinare ha contribuito in modo importante all’interpretazione dei processi geologici e biologici osservati.”
Frigg Vent Field: una finestra tettonica sul passato della Terra
Ciò che rende unico questo sito è la natura dei fluidi emessi attraverso fratture nella roccia. Invece delle tipiche sorgenti idrotermali concentrate, il team ha individuato un’ampia area di emissioni diffuse lungo una scarpata di faglia alta circa 100 metri, che espone rocce della crosta inferiore e del mantello superiore. La composizione e la struttura delle rocce rendono il sito un candidato promettente per la produzione di metano abiotico, generato da reazioni acqua–roccia. Questa scoperta apre un’opportunità unica per studiare processi simili a quelli che caratterizzavano la Terra primordiale, e forse altri mondi oceanici. Le rocce della crosta e del mantello esposte sul fondale creano ambienti chimici che potrebbero ricordare quelli che hanno favorito lo sviluppo della vita microbica. Le ‘acque tremolanti’ osservate sul sito indicano reazioni attive nel sottosuolo che possono aiutare a comprendere meglio l'origine e la persistenza della vita in condizioni estreme, offrendo un esempio di come potrebbe essere la vita in ambienti simili su altri pianeti. “L’esperienza maturata dal Cnr nei processi di evoluzione della litosfera oceanica ai margini di placca e negli studi pregressi sugli OCC in Oceano Atlantico Centrale e Settentrionale, Oceano Antartico, Artico e Mar delle Filippine, insieme a team di università nazionali e internazionali, ha permesso di riconoscere questa zona di interesse durante la spedizione”, spiega Marco Cuffaro, geofisico dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr (Cnr-Igag). “La scoperta di fluidi in emissione da queste rocce esposte ai fondali marini”, aggiunge “dimostra che le scienze della Terra nel Cnr contribuiscono agli avanzamenti della conoscenza in queste regioni remote ed estreme in Artico, per comprendere il funzionamento del nostro Pianeta, dalla superficie al suo interno, ma c’è ancora molto da esplorare e da scoprire”. “Le acque tremolanti osservate sul sito indicano reazioni attive nel sottosuolo che possono aiutare a comprendere meglio l'origine e la persistenza della vita in condizioni estreme, sottolineando l’importanza dei metabolismi chemosintetici in assenza di luce e offrendo un esempio di come potrebbe essere la vita in ambienti simili su altri pianeti e lune”, ha dichiarato il gruppo di microbiologia formato da Francesco Smedile microbiologo del Cnr-Isp, Marco Basili biologo dell’Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Cnr (Cnr-Irbim), Matteo Selci e Antonio Longo dell’Università degli studi di Napoli Federico II.
“Nonostante il mal di mare dei primi giorni, i risultati straordinari ottenuti nelle profondità dell’Artico hanno trasformato l’esperienza in puro entusiasmo. Ho avuto la rara opportunità di esplorare territori sconosciuti e osservare la resilienza della vita in condizioni estreme”, ha dichiarato Giulia Amaglio, postdoc del Cnr-Isp.
Fauna delle sorgenti: residenti artici in un nuovo habitat
A differenza dei sistemi idrotermali classici, caratterizzati da camini e getti d’acqua calda, il Frigg Vent Field presenta un sistema diffuso di emissioni su un affioramento roccioso fratturato. Piccole aperture sulle rocce rilasciano fluidi che sostengono una fauna specializzata in ambienti freddi e ricchi di metano. Le prime osservazioni indicano che il Frigg ospita specie simili a quelle note in altri siti di seep artici: gasteropodi, crostacei, vermi tubicoli e pesci. “Un ecosistema unico, alimentato dall’attività chemiosintetica di comunità microbiche altamente specializzate, capaci di nutrirsi del metano rilasciato dal sottosuolo in assenza totale di luce solare. Al CNR abbiamo maturato un’esperienza decennale nello studio di questi sistemi,” spiega Francesco Smedile.
“I campioni raccolti ci permetteranno di identificare le specie presenti e di valutare la loro vulnerabilità e resilienza in ambienti profondi già oggi influenzati da rapidi cambiamenti climatici e dall’inquinamento,” aggiunge Marco Basili.
“Gli organismi che popolano questi ambienti estremi ci offrono un laboratorio naturale per comprendere come la vita si adatta e persiste in condizioni difficili. Queste conoscenze sono fondamentali per valutare la vulnerabilità degli ecosistemi profondi e sviluppare strategie di resilienza,” sottolinea Anna Moles, direttrice dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr (Cnr-Ibbc).
Nuove direzioni di ricerca nel sistema marino artico
Il Frigg Vent Field rappresenta una delle scoperte più affascinanti della spedizione e apre nuove prospettive per lo studio della formazione del metano, degli ecosistemi profondi e della geologia artica. I campioni e i dati raccolti saranno analizzati nei prossimi mesi, contribuendo a migliorare la comprensione dei processi in atto e del loro ruolo a livello globale. A questo proposito, Tommaso Tesi, paleoclimatologo e geochimico del Cnr-Isp, sottolinea che “Parte del materiale campionato verrà analizzato presso l’EXPLOR Lab (Extreme Polar and Alpine Research Lab) dell’Istituto di scienze polari, in stretta collaborazione con l’Università Artica di Norvegia. Questa cooperazione scientifica non si esaurisce con la campagna in mare, ma rappresenta un tassello di un percorso di ricerca congiunto e di lungo periodo tra Italia e Norvegia”. Questa collaborazione affonda le sue radici in una tradizione storica di scambi scientifici tra i due Paesi. Già alla fine del 1894, infatti, l’esploratore Fridtjof Nansen impiegò termometri inversi realizzati dalla ditta Negretti & Zambra, di origine italiana, per effettuare le prime misurazioni documentate dell’ingresso delle acque atlantiche nel dominio artico, un contributo pionieristico che ha gettato le basi dell’oceanografia moderna.
Basandosi su questi risultati, il team sta già pianificando i prossimi passi per consolidare le collaborazioni esistenti e crearne di nuove all’interno della comunità polare internazionale. Queste scoperte si allineano inoltre alla visione di Polarhavet 2050, promuovendo un approccio coordinato all’esplorazione dell’oceano profondo e alla gestione sostenibile dell’Artico.
Queste attività rafforzano il ruolo strategico della ricerca italiana nell’Artico, sostenuta da una presenza scientifica continuativa e riconosciuta a livello internazionale. Il Cnr, attraverso le sue numerose competenze disciplinari e grazie alla Base Dirigibile Italia a Ny-Ålesund, continuerà a contribuire in modo determinante allo sviluppo di nuove conoscenze, alla formazione delle nuove generazioni e alla costruzione di programmi integrati per il prossimo V Anno Polare Internazionale.
La spedizione EXTREME25 adotta un approccio pienamente multidisciplinare, riunendo scienziati, studenti, esperti di comunicazione e artisti provenienti da tutto il mondo per esplorare ambienti estremi. Questa missione di ricerca si distingue non solo per i risultati scientifici, ma anche per l’ampiezza e la complementarità delle competenze presenti a bordo.
Accanto a geologi, geofisici, geochimici, specialisti del metano ed ecologi marini, la spedizione ha ospitato:
- una delegazione attiva del Cnr, rappresentativa di diversi istituti e discipline;
- un team di chimici e ingegneri della Woods Hole Oceanographic Institution;
- ricercatori di EXTREMES, un’iniziativa sostenuta da UArctic che esplora l’intersezione tra estetica, arte e scienza;
- scienziati dell’Università di Bergen con competenze sugli ecosistemi profondi basati sulla chemosintesi;
- ricercatori dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, impegnati nel supporto alla mappatura ad alta risoluzione;
- microbiologi dell’Università degli studi di Napoli Federico II;
- micropaleontologi dell’Università di Vienna;
- antropologi e artisti che studiano le interazioni tra esseri umani e regioni polari e nuove modalità di comunicazione scientifica;
- un progetto sostenuto da Equinor e NOD, focalizzato sulla comprensione dei processi nel sottosuolo e delle vie di migrazione del metano.
Per informazioni:
Giuliana Panieri
direttrice Cnr-Isp
giuliana.panieri@cnr.it
Ufficio stampa:
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Ufficio stampa Cnr
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