31/08/2026
Quali sono le aree italiane più promettenti per la ricerca di potenziali accumuli di idrogeno naturale? Individuarle significa leggere il sistema geologico nel suo insieme, ricostruirne l’evoluzione nel tempo e nello spazio e riconoscere le condizioni che possono aver favorito la generazione, la migrazione e la conservazione dell’idrogeno in profondità.
L’idrogeno naturale, prodotto spontaneamente nel sottosuolo attraverso diversi processi geologici, rappresenta una nuova frontiera della ricerca per il suo potenziale contributo alla transizione energetica. Individuare sistemi in grado di generarne e conservarne quantità significative richiede però nuovi strumenti per orientarne l’esplorazione.
Un nuovo approccio, applicato per la prima volta all’intero territorio italiano, indica la Toscana come principale obiettivo per future esplorazioni, grazie alla combinazione di grandi volumi di rocce granitoidi, elevato flusso di calore, sistemi idrotermali ed emissioni di H2 già documentate. Altri contesti di interesse emergono nell’Appennino ligure-emiliano-toscano e nel Massiccio di Voltri, dove la presenza di rocce peridotitiche e serpentinitiche offre condizioni favorevoli alla produzione di H2 attraverso processi di serpentinizzazione, e nel bacino sedimentario del Po, dove la produzione di H2 potrebbe essere associata alla degradazione termica della materia organica.
Il nuovo workflow di pre-esplorazione parte da una visione integrata del sistema geologico, mettendo in relazione ciò che osserviamo in superficie con le condizioni presenti in profondità. Rilevare idrogeno in superficie è un indizio importante, ma non dimostra da solo l’esistenza di un accumulo; allo stesso modo, l’assenza di emissioni non permette di escludere un sistema favorevole in profondità. Il workflow distingue quindi le “evidenze” - come emissioni di H2 e CH4, sorgenti alcaline, rocce reattive affioranti o anomalie magnetiche - dalle “condizioni” necessarie alla generazione e alla possibile conservazione dell’idrogeno, tra cui presenza e volume delle rocce sorgente in profondità, flusso di calore e architettura geologica favorevole all’accumulo.
Evidenze e condizioni confluiscono nell’H2 Prospectivity Index, che attribuisce un peso maggiore alle condizioni geologiche e tiene conto anche della completezza dei dati disponibili. L’indice permette così di confrontare sistemi diversi e di evidenziare le aree nelle quali occorre acquisire nuove informazioni. La mappa diventa quindi non soltanto una fotografia di ciò che già conosciamo, ma uno strumento per orientare ciò che ancora dobbiamo cercare.
Il modello considera 100 km³ di rocce reattive come soglia di riferimento per l’interesse esplorativo. Per questo volume, gli scenari più realistici indicano circa 3–25 milioni di tonnellate di H2 potenzialmente accumulate nelle serpentiniti e 1–10 milioni nei granitoidi. Non si tratta di risorse già individuate, ma di stime che mostrano quanto la conoscenza tridimensionale del sottosuolo sia determinante per valutare un potenziale target.
L’approccio va oltre il caso italiano: il workflow è trasferibile ad altri contesti geologici e può essere aggiornato con nuovi dati e criteri, evolvendo con le conoscenze sui sistemi a idrogeno naturale. È quindi uno strumento operativo di pre-esplorazione, fondato sulla conoscenza del sistema Terra nel tempo e nello spazio.
La ricerca, pubblicata sull’International Journal of Hydrogen Energy, è stata realizzata con il contributo di ricercatrici e ricercatori degli ex Istituti di Geoscienze e Georisorse e dell'Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria, oggi confluiti nel nuovo Istituto di Geoscienze, in collaborazione con l'Università Sapienza di Roma e con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).
Lo studio è stato sviluppato nell’ambito del progetto NHEAT – Natural Hydrogen for Energy trAnsiTion (PRIN PNRR 2022), coordinato dall’allora Cnr-Igg e finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU e dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR).
Per informazioni:
Chiara Boschi
CNR - Istituto di Geoscienze
Via Moruzzi 1, 56124 Pisa
chiara.boschi@cnr.it
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