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Università europee: le donne fanno carriera più in fretta, ma in poche arrivano ai vertici

05/12/2025

E’ pubblicata sulla rivista European Journal of Higher Education una ricerca condotta congiuntamente dall’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ircres) e dall’Università australiana di New South Wales che ha analizzato le carriere femminili in ambito accademico nelle università europee, raccogliendo oltre 10.000 osservazioni tratte dal database del progetto RISIS (Research Infrastructure for Science and Innovation policy Studies) - MORE (Mobility Survey of the Higher Education Sector), il più ampio a livello europeo sulle carriere dei ricercatori, in un arco temporale di 20 anni.

Lo studio ha rivelato un paradosso inatteso: le donne avanzano più velocemente degli uomini, ma hanno molte meno probabilità di essere promosse.

L’analisi mostra uno scenario bifronte. Da un lato, le donne hanno meno probabilità di ottenere una promozione, sia nella transizione da junior a ricercatori indipendenti sia nella successiva da ricercatori indipendenti a leadership scientifici. Dall’altro, quando la promozione arriva, i tempi risultano più brevi rispetto ai colleghi uomini: quasi un anno in meno per raggiungere il livello di leadership.

Gli autori - Lucio Morettini per Cnr-Ircres e Massimiliano Tani per la University of New South Wales -  attribuiscono questa dinamica a un forte processo di auto-selezione. Le ricercatrici che incontrano ostacoli nelle prime fasi tendono, cioè, ad abbandonare la carriera accademica - anche perché spesso trovano barriere significative nel trasferirsi al settore privato della ricerca. Rimangono quindi nel sistema universitario le candidate più motivate e resilienti, che avanzano più rapidamente.

 “Il nodo non è la produttività, ormai molto simile tra uomini e donne”, spiega Morettini. “La differenza si gioca nella struttura delle carriere, che continua a frenare l’accesso femminile ai livelli più alti e determina una forte dispersione di talenti nelle fasi iniziali”. Lo studio indaga numerosi fattori, con risultati, in alcuni casi, inattesi:

 

Mobilità internazionale

Rappresenta un vantaggio chiave nella fase verso la carriera stabile per i ricercatori uomini; l’impatto sulle donne è meno marcato. Per tutti, però, l’assenza di esperienze all’estero riduce le possibilità di accedere ai ruoli di leadership. E, sempre per tutti, l’effetto è momentaneo, cioè si esaurisce nell’arco di pochi anni dal tempo di permanenza all’estero, che quindi man mano diventa ininfluente.

 

Carico didattico

Contrariamente ai luoghi comuni, un carico didattico medio o elevato aumenta le probabilità di avanzamento nella fase d’ingresso nella carriera stabile. Un risultato che, secondo gli autori, può indicare un maggiore peso attribuito alla versatilità del profilo o la presenza di aspettative diverse tra generi nell’allocazione dei compiti.

 

Più donne = più velocità

Nei Paesi con una quota più alta di ricercatrici le donne avanzano più rapidamente, e anche gli uomini beneficiano dell’effetto, sebbene in misura minore. Ambienti più equilibrati sembrano quindi ridurre le diffidenze del sistema e migliorarne l’efficienza complessiva.

 

La ricerca insiste su un punto chiave: l’ingresso nella carriera stabile e l’accesso ai ruoli di vertice non rispondono agli stessi meccanismi. Nel primo passaggio si concentrano le maggiori perdite di talento femminile. L’accesso a ruoli apicali, invece, sembra meno soggetto a discriminazioni dirette ma più dipendente da percorsi individuali consolidati, come la mobilità internazionale e la capacità di assumere ruoli gestionali.

Dalla ricerca emergono anche indicazioni strategiche per riequilibrare la situazione in futuro: “Le differenze osservate suggeriscono che un’unica policy di parità non è sufficiente: servono interventi mirati nelle diverse fasi della carriera”, aggiunge Morettini. “Ad esempio, è importante agire nei primi anni di carriera, dove si registra la maggiore uscita femminile, e favorire la creazione di ambienti accademici più inclusivi, che possano rafforzare la presenza femminile. Inoltre, è strategico incentivare la mobilità internazionale, decisiva per l’ingresso ai ruoli di vertice, e rendere più trasparenti e prevedibili le procedure di selezione e avanzamento: le donne, infatti, hanno spesso minore probabilità di poter ripetere un concorso, perché il sistema tende a rendere più difficile la loro permanenza al suo interno in assenza di progressioni di carriera, con una perdita di talento consistente.

“Questo studio invita a riflettere su come operare una revisione complessiva della struttura delle carriere, con l’obiettivo non solo di ridurre le disparità, ma di aumentare la competitività del sistema scientifico europeo, oggi penalizzato da un'elevata dispersione nelle prime fasi della vita accademica”, conclude  Massimiliano Tani (University of New South Wales), coautore della ricerca.

 

 

Per ulteriori informazioni:

  • Lucio Morettini, Cnr-Ircres, lucio.morettini@cnr.it, cell. 339.7417296
  • Massimiliano Tani, University of New South Wales, Canberra, Australia, m.tani@unsw.edu.au

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