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Storia e Linguistica

IL VENETO CENTRALE. PROBLEMI DI CLASSIFICAZIONE DIALETTALE E DI FITONIMIA

Prefazione - Indice


Prefazione


La monografia di dialettologia fitonimica che ho piacere di presentare è un'opera veramente eccezionale per tanti aspetti; essa infatti rappresenta la fusione di una straordinaria conoscenza dei dialetti esplorati (Veneto centrale, ma in generale di tutta la regione) sommata ad una esplorazione della flora popolare condotta con un'informazione amplissima e sicura e, con un metodo strutturale di analisi del tutto originale, tanto che nel suo complesso l'accurato studio, per quanto io sappia, non trova riscontri di tale levatura, per lo meno per le aree italiane.
John Trumper, gallese d'origine (operante in Italia da quasi un trentennio), è da tempo un dialettologo italiano di esperienze vastissime, conoscitore profondo e interessato a varie metodologie, ora anche esperto di analisi storico-etimologiche. Di dialettologia veneta ha già fornito alcuni saggi brillanti.
Maria Teresa Vigolo può essere considerata una delle migliori specialiste conoscitrici del Veneto dialettale ed in particolare vicentino (come del resto dimostrano i suoi saggi e soprattutto il vasto volume edito nei Bh. della ZRPh, 240, Tubingen 1992) in cui ha dato un valido apporto di numerose spiegazioni originali, anche nel settore fonetico.
Dalla collaborazione dei due studiosi era dunque facile aspettarsi un lavoro del massimo interesse linguistico e di fitonimia popolare.
Una buona parte del volume, rappresentata dal primo capitolo, è rivolta alle discussioni classificatorie dei dialetti veneti e alla loro sostanziale agallicità [specie - aggiungiamo noi - nel tipo più rappresentativo, quello centro-meridionale]. Si può accettare una quadripaitizione dei dialetti, specie in sincronia, dato che alle origini la parlata occidentale veronese era forse più lombarda che veneta e la posizione del veneziano lagunare può essere ulteriormente oggetto di discussione, offrendo tale variante, nelle primissime attestazioni alcuni punti di connessione evidente col tipo veneto centro-settentrionale.
È per me sempre verosimile che gli immigrati Veneti dalla Terraferma verso i secoli V-VIII abbiano introdotto nella laguna tipi dialettali in fieri che potremmo confrontare con un antico opitergino-trevisano (e pertanto fondamentalmente settentrionali); ma la parlata deve poi essersi in buona parte evoluta, forse rapidamente, pur rimanendo ben distinta dal tipo pavano che probabilmente ha risentito maggiormente del sostrato venetico, in sostanza agallico.
Ma si pone per me ora un altro problemino; non credo che le isole della laguna - in parte verosimilmente ancora Terraferma - fossero interamente spopolate e, non escludo che esse abbiano subito una certa romanizzazione, forse superficiale e poco intensa. Ma anche di questo aspetto sul quale per ora non sappiamo quasi nulla, bisogna tenere conto.
Il Trumper si sofferma a lungo a definire con precisione le caratteristiche del veneto centro-meridionale. D'altro canto egli ha perfettamente capito - sono ancora molti studiosi che hanno trattato per lo più superficialmente la questione - quale è la vera posizione del "ladino" (denominato quasi sempre nelle lingue straniere con una qualifica assurda "retoromanzo") come continuatore, senza profonde interruzioni linguistiche, del veneto settentrionale. Anche dai confronti lessicali - con tentativi infelici da parte del Gartner, del Kuen, del Goebl non si ricava per nulla un'unità "retoromanza", contrapposta spesso al cisalpino.
Col capitolo secondo gli autori passano alla trattazione dei fitonimi e fino dall'inizio si riconosce che l'approccio guiraudiano, è semplificato in Guiraut 1967 e Zamboni 1976 [Categorie semantiche e categorie lessicali nella terminologia botanica] "va certamente oltre l'onomasiologico e può essere applicato con profitto all'organizzazione interna della fitonimia veneta, almeno nel senso del 'campo morfosemantico guiraudiano che si costruisce intorno ad un comune denominatore lessicale con l'aiuto' di modificatori o morfemi significatori di classe". E pertanto si segue e si perfeziona questo principio con distinzione di modificatori 'zoonimici', 'antroponimici' ecc.
E nella classe dei fiori ricorrono i tratti assai comuni di 'rotondo', 'regolare', 'grande', 'piccolo', 'piatto' ecc. Nel campo degli zoonimi si individuano vari gruppi che si rifanno ai 'canidi', 'felini', 'equini', 'vaccini' ecc. Un'altra classe è stata tratta dal periodo di fioritura e da altri particolari per cui si penetra a fondo nel significato dei numerosi composti, ponendo sempre in luce i vari fitonimi che hanno o hanno avuto una utilizzazione nella medicina popolare o per altri usi, spesso ormai arcaici, fonte di tante denominazioni.
Seguono vari schemi che stanno a dimostrare come sono stati organizzati i nomi all'interno delle famiglie botaniche (spesso con suffissi o con classificatori oltre che con forme basilari onde il costituirsi delle costellazioni lessicali. Si può vedere come esempio particolarmente sviluppato "Le parti della pianta e dell'albero" (pp. 69-71).
Ma il volume è soprattutto corredato di numerose tabelle in cui sono sinotizzate le denominazioni di un grande numero di piante e con un rinvio sintetico anche ai principali dizionari dialettali. Siamo convinti che la massima parte dei materiali sia stata raccolta direttamente dagli autori con l'aiuto di informatori competenti e con frequente ricorso agli orti botanici, ove essi hanno potuto risolvere vari dubbi di competenza floristica con la consulenza di un personale veramente specializzato. Non capita pertanto di trovare - come spesso avviene nelle raccolte botaniche di incompetenti (anche linguisti), nome di pianta senza alcun riconoscimento. Le caselle che riguardano Padova e Vicenza sono sempre (o quasi) piene e non mancano già nelle tavole le indicazioni fondamentali sull'uso, sull'area della pianta ed il rinvio sommario, ma preciso anche all'etimo condensato per lo più nel corrispondente lemma del REW, secondo il numero. Bisogna aggiungere che oltre alle tabelle riassuntive e schematiche non mancano varie proposte di "commenti storici e semantici" ove si discutono" le varie ipotesi interpretative dei principali specialisti della materia. E nel capitolo conclusivo "Il lessico e la sua evoluzione diacronica" si troveranno tante osservazioni originali; esso risulta fondamentale per la precisa ricostruzione della storia dei termini e per il mutare dei referenti (ad es. dopo la scoperta dell' America) e per l'introduzione di nuovi prestiti. Anche qui si dimostra la competenza degli autori che riunisce l'esperienza lessicale alla cultura botanica. E nel successivo ampio paragrafo (4.1) si discutono tanti casi di etimologie contrastate, dubbie o per il momento decisamente oscure. In molti casi buone soluzioni e chiarimenti sono state offerte dai noti cultori di fitolinguistica tra i quali G. Alessio (che la critica odierna dovrebbe assolutamente rivalutare, scomparso in punta di piedi), C. Battisti, A. Zamboni (nominato unitamente allo scrivente) e soprattutto Vittorio Bertoldi che in questo ambito degli studi fu veramente un grande Maestro e J. Hubschmid (che ci ha lasciato da poco) uno dei massimi conoscitori del lessico romanzo e in specie prelatino. E del Bertoldi gli autori non mancano di porre in luce i vari spunti originali nell'illustrare i rapporti dell'etimologia popolare con quella dotta, classica e cristiana (ma spesso questa può essere un travestimento delle voci popolari nel medioevo). E poi giustamente valorizzato il celebre Liber Serapionis, tradotto dall'arabo da Simone da Genova e in volgare padovano alla fine del secolo XIV, edito in veste eccellente da G. Ineichen nel 1962, 1966. Esso sta anche a dimostrare il notevole inserimento nella terminologia botanica dell'elemento arabo che ebbe una rilevanza non trascurabile nei secoli XIII-XIV anche in altre scienze. Del resto nella Bibliografia finale (pp. 225-232) non rilevo lacune veramente essenziali.
Tutto il capitolo è ricco di problemi e di discussioni che apportano varie proposte interpretative nuove o che accennano, pur con un'invidiabile prudenza a nuove ipotesi. Ed è corretto che in alcuni casi si riconosca la nostra attuale difficoltà nel districare le origini di termini irrisolti e si rimandi la spiegazione a future ricerche fondate su nuovi elementi e su nuovi particolari tuttora ignoti. La lunga rassegna oltre ad apportare novità di rilievo è dunque una buona fonte di medita- zione per gli etimologi che sono esperti nel campo dell'etnobotanica.
Pe concludere non possiamo che augurarci che gli studi e le monografie del "Centro" traggano tanti spunti metodologici e nuovi elementi di giudizio proprio dal presente volume che dà lustro alla Collezione.



G.B. Pellegrini

 
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