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Economia e Sociologia

LA SOCIETA', LA FAMIGLIA E I PROCESSI DI SOCIALIZZAZIONE. APPUNTI E MATERIALI PRELIMINARI ALLA RICERCA

Introduzione - Indice


Introduzione


La pubblicazione di un lavoro comporta sempre una pluralità di scelte. Fra queste una in particolare, a me pare, riguarda le differenze di significato fra i termini opportunità e opportunismo. Etimologicamente uguali, essi hanno acquisito in questi ultimi anni, soprattutto nel linguaggio politico, connotazioni semantiche del tutto diverse.
Col primo, infatti, si intende solitamente significare l'occasione favorevole, di luogo e tempo adatto, che ha guidato e giustifica quindi una scelta compiuta. Col secondo, neologismo peggiorativo, si intende più appropriatamente denotare l'azione di chi sceglie avendo riguardo soltanto ad interessi immediati, sconnessi e lontani da interessi superiori e più generali che avrebbero potuto idealmente improntare la sua scelta.
Non mi sentirei di apparire a tal punto autolesionista da collocare in questa seconda accezione la decisione di pubblicare il lavoro che segue, sia pure in una veste editoriale che ha tutte le caratteristiche per porsi come un primo modo di stabilire un rapporto interlocutorio, provvisorio, preliminare di ipotesi e metodi con una comunità di possibili lettori. Realisti però credo sia il caso di esserlo. Ed allora il rischio di cadere abbondantemente nell'opportunismo dei titoli a stampa mi sembra alquanto rilevante.
In un certo senso, questa introduzione, più che un rapido e incompleto riassunto delle posizioni contenute più problematicamente nel testo, intende perciò essere quasi una giustificazione della sua edizione a questo non definitivo stadio di elaborazione del nostro lavoro di studio e ricerca.

Procedendo per ordine, le prime due- parti, la terza e la quarta, dagli elementi introduttivi allo studio della parentela, per intenderei, sino alla analisi della struttura della parentela e della famiglia nella società industriale di PARSONS, costituiscono l'elaborazione, in alcuni casi credo notevolmente migliorata, com'è sicuramente nelle prime due parti curate da A. SAPORITI, P. P. LESCHIUTTA e A. MARCIANI rispettivamente, delle lezioni di Sociologia della Famiglia tenute da chi qui scrive presso la Scuola di Perfezionamento in Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Roma negli anni 1971-72 e 1972-73.
Quale sia l'importanza dello studio della parentela nelle società scarsamente differenziate nelle loro unità componenti basterebbe a dimostrarlo il fatto che, come emerge da tutta la storia del pensiero sociologico, non possiamo comprendere l'attuale sistema sociale se non riconducendone i rapporti sociali in esso fondamentali a quegli eventi storici che, all'interno di sistemi talvolta radicalmente diversi, hanno concorso a costituirli. Rischieremmo altrimenti di percepire il sistema di vita a noi contemporaneo come un qualcosa di ' naturale', sovrastorico, e ciò che è peggio immodificabile.
Se ciò è vero, ne segue l'indispensabilità di acquisire quegli strumenti d'analisi che sono il minimo bagaglio di cognizioni tecniche necessarie anche soltanto a rendere possibile il dialogo fra quelle discipline diverse, e prima fra tutte l'antropologia, che approcciano in modi spesso intersecantisi lo stesso oggetto di studio. Punto d'incontro fra natura e cultura, se pure talvolta gli elementi naturali vanno cercati sotto una artificiosa crosta di razionalizzazioni culturali, una realtà siffatta (quella dei rapporti parentali-famigliari), come dice FREYRE, non prescinde dalla storia: almeno da quella storia che vincola la conoscenza del fatto sociale alle sue origini e al suo sviluppo. Prova ne è la straordinaria importanza che questo modo di fare storia sta assumendo soprat- tutto in questi ultimi anni nell'indagine degli eventi che portarono alla formazione delle nazioni industrializzate attraverso quella che POLANYI con felice sinteticità ha chiamato la ' grande trasformazione' dei sec. XVIII e XIX.

Qui più che altrove (parte terza), rispetto alle possibilità bibliografiche esistenti e a quelle che via via, con esponenziale tendenza, si rendono ormai disponibili da parte di discpline talmente diverse nella loro ottica l'analisi come la Demografia storica, l'Antropologia sociale, la Storia, la Sociologia, la Psicologia sociale, la Storia delle tradizioni popolari; qui più che altrove, dicevo, ho dovuto limitare il testo a quelle notazioni essenziali rispetto a quell'ipotesi di KUHN che mi ero proposto, consapevole delle enormi difficoltà che ne sarebbero derivate, almeno in parte di verificare. E qui più che altrove, il testo conserva l'impronta poco sistematica e spesso episodica delle conversazioni di Seminario da cui ha avuto origine. Invero sarebbe stato velleitario e superiore alle mie forze voler tentare in questa sede un'analisi sistematica, nonché dei rapporti parentali-famigliari anche delle condizioni sociali che ne hanno quanto meno accompagnato la trasformazione. Anche a distanza di tempo, invece, credo che quella indicata sia la direzione in cui si dovrà lavorare, sebbene la letteratura più recente si sia spesso rivelata contradditoria nel sostenere una o l'altra tesi sulla trasformazione della struttura famigliare dalle società preindustriali a quelle a noi contemporanee.
Non entro qui nel merito dell'accusa che spesso gli storici fanno alla Sociologia o a quella Storia sociale che opera con analoghe categorie, di eccedere nelle generalizzazioni tralasciando i casi particolari. Peraltro, mi rendo perfettamente conto delle difficoltà di fare accettare allo storico distinzioni fra uno e l'altro tipo di sistema sociale a cavallo delle rivoluzioni borghesi e della rivoluzione industriale. Probabilmente sono più gli eventi che vanno oculatamente ignoranti che quelli che vanno conosciuti per accettare una tale ripartizione. Tuttavia credo anche che, se filtrati dallo scopo che mi sono proposto - studiare le trasformazioni dell'unità famigliare in quanto unità economico-socializzativa, tralasciando le altre sue comuni, e a mio avviso, da questo punto di vista, meno essenziali caratteristiche di unità riproduttiva (dimensione), di consumo, abitazione, solitamente fuse in uno stesso concetto di famiglia - la distinzione adottata riveli tutta la sua portata esplicativa, incomparabilmente superiore ad altre più particolari e specifiche analisi usualmente forniteci dalla letteratura storica sull'argomento.
Tra i tanti modi di pensare agli eventi che costituirono la grande discontinuità dei due secoli passati dovrebbe dunque poter rientrare legittimamente anche questo che fa passare quegli eventi attraverso il prisma dei rapporti di famiglia e parentela, intesi in una certa accezione.
Ciò nonostante, sono disposto a riconoscere che se l'accusa di opportunismo permea diffusamente l'intero lavoro è qui che essa ha maggiori possibilità di colpire nel segno. Un momento più opportuno per pubblicare queste riflessioni però non si sarebbe forse altrimenti presentato, mentre in questa sede esse trovano una giustificazione tanto nelle parti che le precedono che in quelle seguenti.
N ella quarta parte ho preso in esame l'analisi parsonsiana della famiglia e della parentela nella società industriale data la sua importanza nel panorama scientifico internazionale, ma soprattutto data la scarsa rilevanza che la letteratura recente, ormai da tempo più preoccupata di demolire che di costruire sulla sua impalcatura teoretica, ha dato a quegli aspetti della sua analisi della odierna struttura famigliare che, a mio parere, anche oggi, pur con quelle limitazioni che nel testo non ho mancato di rilevare, costituiscono quanto di più sistematico sia stato fatto per comprendere in un quadro generale i rapporti famiglia-società.
Lo si dovrebbe notare più precisamente nella quinta parte del lavoro, dedicata ad un'introduzione alla complessa questione dei rapporti fra la famiglia e le classi sociali visti sempre attraverso l'ottica del processo di socializzazione,
In conclusione, infatti, la definizione di classe qui adottata è molto vicina a quella del sociologo americano, che comprende tanto le condizioni della vita materiale (i.e. le risorse disponibili e il modo in cui esse si rendono disponibili ai genitori nella struttura sociale) che quelle normative (i.e, i modelli di interazione intrafamigliare fra genitori e figli). La differenza sta nel fatto che mentre a P ARSONS interessava studiare il funzionamento delle diverse strutture componenti il sistema sociale nella conservazione del suo equilibrio generale, a me interessa più che altro la riproduzione del sistema di stratificazione per mezzo della famiglia da generazione a generazione.
Le critiche che potrebbero farsi a questa quinta ed ultima parte del lavoro sono moltissime. Rispunta fuori la questione dell'opportunismo e dell'opportunità. In tal caso la giustificazione che posso darne è già più fondata poiché tutto il capitolo deve essere inteso come lavoro di preparazione delle ipotesi generali che abbiamo posto alla base di una ricerca sullo stesso tema che ormai da un biennio stiamo conducendo tra l'Istituto di Psicologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche e la Scuola di Perfezionamento in Sociologia e Ricerca Sociale.
Vero è che, proprio perché di un Istituto di Psicologia si tratta, prima fra tutte dovrei considerare l'obiezione di essere partito dall'analisi delle strutture più che dal costituirsi dei rapporti interpersonali. È evidente che, entro certi limiti e posti certi scopi, i due modi d'analisi finiscono per escludersi vicendevolmente. Si tratta di giudicarli e giustificarli rispetto al fine proposto. Per me si è trattato di spiegare la struttura dei meccanismi del processo di socializzazione primaria che intervengono nella riproduzione dell'assetto sociale in una certa fase del suo sviluppo e il loro funzionamento 'rispetto agli inputs immessi nel nucleo famigliare dal sistema esterno,
Mi rendo perfettamente conto del fatto che le tre classi in cui ho diviso il sistema sociale sono caratterizzate anche al loro interno da radicali differenze negli atteggiamenti, nel modo di percepire e di mettersi in rapporto con la realtà esterna in un complesso insieme di ambiti, insomma da diverse concezioni del mondo, per non parlare che delle differenze nella personalità, che rendono del tutto arbitraria la separazione dell'intero sistema in quei soli tre gruppi. Purtuttavia, ogni classificazione entro limiti ha dell'arbitrario. Si tratta di vedere se le conclusioni e le premesse sono fra loro legate correttamente. E a me sembra che, a grandi linee, almeno la direzione di lavoro possa rivelarsi utile per comprendere il processo di riproduzione sistematica lungo le generazione dei caratteri sociali dell'unità famigliare che ha funzionato da unità socializzativa, e dunque della classe in cui essa si collocava.
Se differenze vi sono all'interno dei tre gruppi esse non dovrebbero a mio avviso essere tali da rendere possibili ambiguità nel collocare certi individui talvolta in una classe talvolta nell'altra rispetto alle possibilità che ad esse si offrono di riprodurre se stesse al medesimo livello sociale da generazione a generazione.
Il problema è semmai come percepire a livello di indagine queste differenze. Anche qui abbiamo dovuto fare una scelta, sfiorando ancora una volta la questione dell'opportunità di presentare il lavoro in una forma che non fosse neppure per noi giunta ad un grado di elaborazione appena approssimativamente conclusivo. È quanto riserveremo ad una successiva, più organica pubblicazione.
Per ora esso suscita molto probabilmente più problemi di quanti contribuisca a chiarire. Il che non è certo in sé una qualità negativa, purché al lettore sia dato per lo meno un quadro logico in cui inserire, foss'anche contraddittoriamente, i dubbi e le ipotesi alternative che dovessero sorgergli nel corso della lettura. E questo è presumibile che ci sia.
Altri sarebbero i problemi da affrontare. Mi limito ad accennare alla questione della delimitazione empirica delle classi, ai fenomeni di imborghesimento e proletarizzazione dei ceti operai e dei ceti medi, all'influenza della partecipazione politica sulla personalità dei genitori, soprattutto per quanto concerne il tema dell'autorità, alla socializzazione politica dei figli, etc. Alcuni di essi riceveranno risposta nella già detta pubblicazione della ricerca a cui stiamo lavorando. Altri non sono stati neppure affrontati, talvolta per una questione di tempo, tal' altra perché non ci sono sembrati essenziali nell'economia dell'intero lavoro. Resta al lettore giudicare sino a che punto potevano essere trascurati. Desidero infine ringraziare, pur senza coinvolgerli nel contenuto del lavoro, i prof. Eraldo De Grada e Paolo Tufari, che si sono volentieri assoggettati alla fatica di leggere il dattiloscritto. I tempi di pubblicazione erano ormai giunti al termine e quindi non sempre mi è stato possibile tener presenti i loro consigli. In parte l'ho fatto in questa presentazione, più a fondo mi riprometto di farlo nel prossimo lavoro.
Sento inoltre il dovere di ringraziare il prof. Raffaello Misiti per avermi dato l'opportunità di iniziare questa ricerca e per la sua infaticabile e intelligente opera di promozione a cui questa monografia sicuramente è debitrice.


GIOVANNI BATTISTA SGRITTA


Scuola di Perfezionamento in Sociologia e Ricerca Sociale Facoltà di Statistica, Università - Roma

 
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