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Prof.
Roberto de Mattei
Roma, 28 ottobre 2003 Università e ricerca:
quale futuro per le Scienze Umane? Il recente decreto legislativo relativo al riordino del CNR apre una nuova fase e offre nuove possibilità di rilancio del maggior ente nazionale di ricerca del paese. Il CNR è nato ottant’anni fa, nel novembre del 1923. Il suo primo presidente è stato il matematico Vito Volterra, a cui è succeduto Guglielmo Marconi e la sua prima caratterizzazione ha riguardato l’ambito delle scienze esatte, fisiche e matematiche. Quarant’anni dopo la sua istituzione, la legge 2 marzo 1963 n. 83, completava la fisionomia del CNR, estendendo il suo campo di competenza ai settori umanistico, giuridico e socioeconomico. Questa legge per un verso anticipava una nuova concezione della scienza, non più rigidamente divisa in due campi spesso opposti, ma tesa alla ricomposizione del sapere; per altro verso sviluppava il carattere del CNR come luogo identitario della ricerca italiana, che per essere tale non poteva prescindere dall’inglobare l’avanguardia della ricerca delle scienze umane. E’ stato giustamente notato come la storia del CNR rappresenta l’autobiografia intellettuale della nostra nazione. Il valore aggiunto del CNR rispetto alla ricerca svolta in ambito universitario resta ancora oggi la sua capacità di aggregazione di conoscenze a livello nazionale per trasformarle in progetti di lunga durata a livello europeo e internazionale. Macro-aree e dipartimenti Secondo il Decreto di riordino 9/5/2003 Art.3, Comma 2, l’attività del CNR si articola in macro-aree di ricerca scientifica e tecnologica a carattere interdisciplinare in cui vengono individuati, tra gli altri, i settori delle: a) Scienze giuridiche e socio-economiche; b) Scienze umanistiche e dei beni culturali. Per poter gestire la nuova suddivisione, vengono istituiti i dipartimenti (Art.12, Comma 1), che sono le unità organizzative, istituite in ragione di una per ciascuna delle macro aree di ricerca scientifica e tecnologica, con compiti di programmazione, coordinamento e controllo. Ai dipartimenti afferiscono gli istituti, raggruppati secondo affinità disciplinari e tematiche, al fine di massimizzare le sinergie inter e intradipartimentali. I dipartimenti sono strutture di coordinamento che promuovono lo sviluppo di grandi progetti e programmi sulle materie di competenza, anche a livello europeo e internazionale, e l’integrazione con il territorio, con le università e le imprese. Gli istituti sono le unità organizzative presso le quali si svolgono le attività di ricerca dell’ente. Gli Istituti restano i luoghi deputati ad assicurare il necessario elemento di stabilità, continuità e coerenza all’interno del CNR e ad offrire l’habitat naturale in cui il ricercatore può formarsi. Oggi nel CNR, su 108 Istituti di Ricerca, 18 riguardano le Scienze umane. Quantitativamente il numero, che corrisponde al 18% del totale non è irrilevante, ma si tratta di una presenza di facciata perché se dal numero di Istituti si passa a quello degli addetti, si hanno cifre totalmente diverse (629 contro 7156) e la percentuale (8,7%) scende almeno alla metà del dato precedente. Ancora più grave è lo squilibrio se si tiene contro della distribuzione delle risorse finanziarie. Uno dei motivi dello squilibrio dipende dal fatto che il criterio di ripartizione dei finanziamenti negli ultimi anni ha tenuto conto non delle esigenze relative alla ricerca ma solo della minima quantità di risorse necessarie a mantenere in vita le strutture degli istituti. E’ quindi accaduto che, dovendosi, sulla base di tale criterio, procedere ad una distribuzione della riduzione del 39,58 % del finanziamento nelle varie macro-aree dell’Ente, il settore più penalizzato è risultato quello delle Scienze umane, con una riduzione percentuale del 56,0 %, contro una riduzione del 33,7% delle Scienze tecnologiche, ingegneristiche e dell’informazione, del 40,5% delle Scienze della Vita, del 42,8% delle Scienze della terra e dell’ambiente e del 47,8% delle Scienze di base. Ricerca pura e ricerca applicata
La marginalizzazione delle scienze umane può conseguire da una serie di equivoci, che è importante dissipare. Mi soffermerò brevemente su uno di questi equivoci, la tendenza ad attribuire alla ricerca applicata un primato sulla ricerca pura, o di base, non solo nel campo delle scienze esatte, ma anche in quello delle scienze umane. La distinzione classica tra ricerca pura e ricerca applicata non ha perso la sua attualità. La ricerca pura o di base è un’attività sostanzialmente creativa diretta a risolvere un problema di cui non si ha ancora una risposta. Essa risponde, come osserva Pierre Piganiol,"a un bisogno fondamentale e disinteressato dell’uomo di penetrare i misteri del mondo fisico e vivente nel quale si trova". La ricerca applicata parte invece da una teoria già ben consolidata e, pur intrapresa ad acquisire nuova conoscenza, è finalizzata ad uno specifico obiettivo pratico. Essa si distingue da quella fondamentale per il fatto che si fonda su schemi concettuali chiari e definiti e può inserirsi in una programmazione rigorosa. La ricerca applicata è condizionata alle sue chances di successo. Il suo finanziamento deve essere oggetto di un controllo più severo per quanto riguarda la fattibilità dei progetti e l’esito della ricerca. La ricerca fondamentale è per definizione un attività creatrice e non può essere veramente innovatrice se non si concede al ricercatore il diritto all’errore e al fallimento. Luc Montagnier, direttore emerito di ricerca al CNRS, ha proposto di attribuire – sotto controllo scientifico – crediti importanti a programmi a rischio (50% di chances di fallimento) o fuori moda. Ricerca fondamentale o di base e ricerca applicata sono due forme diverse di ricerca complementari che possono essere praticate dagli stessi individui. Non vi è nulla di più pratico di una buona teoria, osserva il filosofo tedesco Hans Albert. Questo ammonimento dovrebbe essere tenuto a mente, altrimenti, l’osservazione è di Dario Antiseri, nel giro di non molti anni, ci ritroveremo senza "fisici", ma con molti "elettricisti", senza "biologi", ma con molti "idraulici" (con tutto il rispetto ovviamente per gli elettricisti e gli idraulici). Io aggiungo che la maggior parte della ricerca attualmente svolta dal CNR nel campo delle scienze umane, dal Lessico filosofico europeo all’Opera del Vocabolario italiano, fino alle ricerche archeologiche dell’ISMEA sarebbero fortemente penalizzate, se non tagliate fuori, da un’impostazione di tipo aziendalista che volesse ridurre la ricerca pura a elemento puramente residuale. Purtroppo il programma-quadro quinquennale per la ricerca europea destina quasi tutti i suoi 17 miliardi di euro alla ricerca applicata. Da qui il recente appello di 45 premi Nobel europei al commissario Philippe Busquin affinché sostenga in Europa la ricerca pura, che comprende evidentemente anche il campo delle scienze umane. E’ paradossale peraltro il predominio della ricerca tecnologica su quella di base in un momento in cui viviamo il passaggio, secondo una efficace descrizione di Peter Koslowski "da una economia orientata in modo tecnico-materiale ad un’economia simbolico-culturale". Per uno spazio europeo della ricerca
Agli inizi degli anni ’70, l’allora commissario europeo alla ricerca Dahrendorf riprese dal suo predecessore Spinelli l’idea di una Agenzia europea della ricerca. Questa proposta, che allora non fu accolta, è stata successivamente raccomandata dalla Wissenschafstrat (il Consiglio tedesco delle scienze) e poi rilanciata dall’European Science Foundation che nell’autunno del 2001 è stata incaricata di effettuare uno studio di fattibilità per lo stabilimento di un Consiglio europeo della ricerca (ERC), ovvero un organismo europeo dedicato al finanziamento della ricerca a lungo termine e incaricato di promuovere la ricerca fondamentale. Nella conferenza di Copenaghen (7-8 ottobre 2002) si è raggiunto un consenso quasi generale sulla creazione di tale organismo. Naturalmente, nessuno pensa che questa agenzia europea dovrebbe sostituirsi alle istituzioni nazionali già esistenti. Essa dovrebbe bensì integrarne le funzioni tramite il sostegno a programmi internazionali coordinati e integrati. E’ bene chiarire inoltre che la discussione in atto non disconosce affatto l’importanza e la necessità delle azioni fin qui poste in atto a livello Comunitario, attraverso dei Programmi-Quadro (ormai giunti alla sesta generazione), ma pone con forza l’esigenza di uno strumento ulteriore d’intervento che possa efficacemente coprire i numerosissimi settori della ricerca, che i Programmi-Quadro non possono per loro natura sostenere. E’ noto infatti che questi ultimi hanno lo scopo istituzionale di finanziare quelle ricerche in campo applicativo che siano almeno potenzialmente foriere di ricadute tecnologiche e quindi di innovazione industriale in settori di punta sul cui terreno si giocano le principali possibilità di sviluppo economico e industriale. Al contempo, tuttavia, si pone con non minore urgenza l’esigenza di un forte impegno europeo nella promozione sia della ricerca pura, o di base, sia dell’insieme delle scienze sociali e umane. Sempre più chiara, infatti, è la consapevolezza che, se solo la ricerca di base assicura il terreno di coltura da cui potranno emergere le tecnologie innovative del futuro, d’altra parte le discipline umanistiche e sociali rappresentano il tramite privilegiato attraverso cui si tramanda - e continuamente si rinnova - quel patrimonio ineguagliabile di cultura e di valori, che è tanta parte della civiltà e della stessa identità europea. Si pensi solo, per fare alcuni esempi, ai grandi temi della politica e dell’etica della ricerca, di cui solo, o principalmente, le scienze umane possono tracciare le coordinate. Solo un accordo a livello Comunitario pertanto potrebbe porre in essere un vero e proprio Consiglio Europeo delle Ricerche, dotato dei mezzi necessari per svolgere la funzione di agenzia comunitaria per il sostegno alla ricerca di base e fondamentale. Fra gli scopi principali di un ERC si potrebbe individuare il finanziamento sia di ampi progetti collaborativi per il progresso degli studi e delle conoscenze, sia di grandi infrastrutture materiali o informatiche. In questo modo, fra l’altro, si metterebbero anche le discipline umanistiche e sociali in grado di competere con pari opportunità con la ricerca americana (sostenuta a livello federale rispettivamente dal National Endowment for the Humanities e dalla National Science Foundation), evitando così di perdere posizioni anche in un settore nel quale la ricerca europea possiede tradizionalmente posizioni di eccellenza.
Beni materiali e "immateriali"
E’ verissimo che il settore dei "beni culturali" deve essere considerato strategico ai fini del progresso scientifico, culturale e sociale del paese, ma va tenuto presente che la ricerca scientifica nel campo umano si muove in settori (da quello giuridico-istituzionale a quello politico economico, a quello lessicale-filologico, storico-religioso, etc.), che non possono essere valutati secondo criteri strettamente tecnologici. Come è giusto tutelare il patrimonio artistico nazionale inteso nel suo aspetto "materico", è altrettanto giusto tutelare il patrimonio "immateriale", ideale e intellettuale, che ne è stato la causa. Questa ricchezza culturale è un patrimonio non meno importante di quello strettamente materiale. In un certo senso, anzi, il secondo è più importante del primo perché lo contiene e ne è stato e continua ad esserne la causa. Senza la ricchezza e la varietà del patrimonio culturale nazionale ed europeo non ci sarebbero state, infatti, le cattedrali, i castelli, i quadri, le sculture, i monumenti, e tutti gli altri innumerevoli gioielli artistici che vengono ora conservati gelosamente. In questo senso è vero che i beni culturali materiali possono costituire l’oggetto in cui convergono discipline umanistiche, come la storia dell’arte e l’archeologia, con discipline scientifiche, come la chimica, la fisica, la geologia, la biologia. Esistono però beni culturali immateriali che costituiscono anch’essi un possibile luogo di convergenza interdisciplinare. In questo senso, il patrimonio italiano non può essere ridotto ad alcune grandi opere d’arte e neppure ad patrimonio puramente "museale". L’Italia è qualcosa di più di un grande collezione di musei. Il patrimonio nazionale, come è stato notato da Salvatore Settis, vive, più ancora che nelle sale dei musei, nelle nostre strade, nelle nostre città, nei nostri palazzi, fa tutt’uno con la nostra lingua, la nostra musica e letteratura, la nostra cultura. Vi è insomma un continuum tra le opere d’arte e il tessuto connettivo delle città che le ospitano, un paesaggio storico che rimanda a una memoria storica. La consapevolezza del nostro patrimonio culturale caratterizza la storia dello Stato unitario, ma è una preziosa eredità che l’Italia unita ricevette dalle molte Italie, dagli Stati preunitari, in molti dei quali, come osserva ancora Settis, "dalla Roma pontificia dell’editto Pacca (1820) agli Stati borbonici del Sud, ai ducati emiliani, al "patto di famiglia" Medici-Lorena che legò per sempre a Firenze i beni artistici della corona granducale (1737), la consapevolezza che il patrimonio culturale doveva essere inteso come un insieme, e dunque difeso legandolo al territorio, è stata precocissima e acuta". Il patrimonio culturale non è un "fondo di investimento", da amministrare secondo la legge del mercato, ma un elemento costitutivo dell’identità nazionale. Ha una destinazione pubblica e quindi appartiene ai cittadini e deve essere orientato al bene comune della collettività. Il CNR d’altra parte non è un’impresa privata ma un ente pubblico che ha come tale una funzione sociale relativa al bene comune della società e una vocazione nazionale e identitaria proprio a ragione della sua proiezione europea e internazionale. Le ricerche del CNR, come quelle dell’Università, non sono necessariamente destinate ad avere un ritorno immediato in termini di vantaggi economici per il mondo produttivo, ma sono volte soprattutto ad accrescere quel patrimonio di sapere scientifico ed umanistico che eleva il grado di civiltà di qualsiasi Paese. Questa ricerca, nella misura in cui si affranca, per così dire, dal vincolo della ricaduta tecnologica e produttiva, può contribuire a saldare la modernità con la memoria storica, recuperando quel patrimonio nazionale ed europeo di idee, di inventiva, di iniziativa, di cultura che è andato via via aumentando e arricchendosi nel corso dei secoli. Ciò avrebbe un carattere altamente innovativo e sarebbe in linea con la tradizione pionieristica della ricerca italiana. |
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